Alice Colombo


Alice Colombo
The place between
A cura di Ivan Quaroni
Dal 15 settembre al 30 ottobre 2010

 

 

L’infra-mondo di Alice Colombo

Ivan Quaroni

Lo spazio costruito da Alice Colombo è chiaro, illuminato e del tutto privo di ombre principalmente perché non è uno spazio fisico, ma un luogo mentale. È un campo d’indagine, un dominio cognitivo e operativo astratto, in cui confluiscono frammenti di realtà quotidiana, schegge di memoria, proiezioni fantastiche, ornati immateriali, brandelli di natura viva. In questi luoghi metafisici, dove la volta celeste è una griglia di gigli, un fondale di carta sorda, un colore di pixel floreali, Alice Colombo proietta se stessa. Il suo avatar è una bambina curiosa, occupata a districare il bandolo della matassa di un universo senza capo né coda, una dimensione in cui si affastellano curiose e bizzarre epifanie.
Immaginate un sogno immacolato, cristallino, una tabula rasa su cui prendono forma oggetti animati e inanimati. Immaginate una creatura delicata, diafana come l’eroina di una fiaba vittoriana, intenta a indagare, riflettere, tentare di stabilire connessioni, legami, congiunzioni tra figure apparentemente casuali. Immaginate, infine, che questo campo d’immagini somigli a un taccuino d’appunti, a un diario in cui annotare il modus operandi di ogni esplorazione. Ecco, le opere di Alice Colombo sono così, tavole visionarie, conglomerati d’immagini da decrittare come se si trattasse di enigmi, di rebus, di rompicapi creati da un inconscio febbrile e capriccioso.
“I miei paesaggi sono un riflesso del quotidiano”, afferma l’artista milanese, “il frutto di un assemblaggio lento e paziente, che lascia spazio all’idea di prendere forma”. Tuttavia, Alice Colombo ritaglia da giornali e riviste forme di alberi, rami e tronchi per fabbricare una sua personale idea di natura, costellata di oggetti fuori uso come vecchi televisori, poltrone, lanterne, gabbie per uccelli, altalene, telefoni, aeroplani e scale. Soprattutto scale.
Il mondo di Alice, costruito con acribia e pazienza incollando brani di paesaggio e intrecciando linee di segni sottili, è uno spazio interstiziale, librato tra la terra e il cielo, un luogo di meditazione, forse di decompressione, in cui l’ego dell’artista crea ponti dimensionali che assumono la forma di altissime scale. Scale che permettono di passare dalla realtà prosaica degli oggetti materiali, dal magazzino confuso delle forme sorde, al regno sottile delle idee e delle intuizioni profonde. Gli alberi, le scale, i fili del telefono e i televisori che compaiono in queste ordinate e pulite rêverie non sono altro che varchi dimensionali, soglie per altri mondi. Forse anche aditi per un salvifico ritorno. I telefoni, che un po’ ovunque appaiono nelle visioni dell’artista, potrebbero essere l’unico mezzo di comunicazione con l’esterno. La questione, infatti, è che il mondo di Alice è una ricostruzione immaginifica, quanto virtuale, della realtà, dove la natura pulsa di debordante energia, unico brano iper-reale in uno spazio altrimenti algido quanto un algoritmo matematico. “Quello che muove e giustifica le mie decisioni formali”, sostiene l’artista, “è una ricerca di equilibrio, di armonia estetica e spirituale”. Per questo il suo universo artistico appare così ordinato e cristallino, così disciplinato dal pattern della carta gigliata e dalla presenza di oggetti che sono essi stessi texture, scheletri di cose come gabbie, lanterne, armadi, scale, aerei e sedie, con il loro incedere garbatamente ortogonale, timidamente cartesiano. L’infra-mondo di Alice Colombo è un luogo di pulizia, di contegno e di misura, un platonico Iper Uranio in cui è possibile ordinare il caos della vita materiale e cercare d’intravedere le sottili, magiche corrispondenze tra le cose