Undercover


Undercover

a cura di Mimmo Di Marzio – presso galleria L’Archimede – Roma – Dal 28 ottobre al 28 novembre 2009

 

 

 

 

La parola “cover” in arte ha un’accezione pop ed è comunemente riferita alla musica: dalla copertina di un disco famoso alla reinterpretazione o rifacimento di una canzone radicata nell’immaginario collettivo, messa in scena da chi non ne è l’autore originale. Quando un artista si confronta con un grande “classico”, il limite che separa il concetto di “cover” da quello di “interpretazione” è sottile e anche pericoloso. Nelle arti visive è lecito parlare di cover senza correre il rischio di sconfinare nell’idea di “copia”? Una sfida che affrontano gli artisti questa mostra e che, nei loro progetti, si ispirano a un grande capolavoro del passato prossimo e remoto. Non un esercizio di stile, ma un confronto intimo con i grandi maestri a cui tutti gli artisti si ispirano o si sono ispirati durante il loro percorso.  Ognuno degli autori ha scelto di rappresentare, liberamente,  il proprio nume tutelare e di rendergli omaggio, accostando la propria visione del “master” alle proprie opere. Ne emerge un filo narrativo apparentemente dissonante ma che, in qualche modo, ci aiuta a disvelare una parte della personalità degli artisti contemporanei e del loro rapporto con la storia. Gli artisti in mostra fanno parte, quasi per intero, della folta schiera degli appartenenti alla cosiddetta Nuova Figurazione, quelli che a partire dagli anni Novanta, hanno voluto recuperare il concetto di rappresentazione con il ritorno alla pittura, consacrato, quest’anno, dal padiglione italiano della Biennale veneziana. La mostra Undercoverrientra a pieno titolo nell’alveo dell’italica tendenza al recupero della tradizione e, in un certo senso, costituisce una parodia del trionfo della citazione a cui gli artisti figurativi, dalla Transavanguardia alla cosiddetta pittura colta, hanno ampiamente attinto. Nell’epoca della globalizzazione, il recupero del classico nelle opere dei giovani provoca quesiti irrisolvibili sull’estetica contemporanea, che è in perenne metamorfosi e perciò inafferrabile. La “citazione” diventa strumento di espressione per eccellenza di questo nuovo tipo di arte fatto proprio di un desiderio di ritorno al passato e di un contenuto sempre più scevro di significati rilevanti. Oltre al concetto di citazione, entra in gioco anche quello di memoria, poiché la storia che si va a citare è anche depositaria della cultura collettiva: la citazione non è infatti casuale ma bensì oculata, volta a sottolineare gli aspetti più salienti della storia passata.
In questo senso possiamo definire gli artisti di Undercover dei finti anacronisti o “pseudo-citazionisti” dal momento che, pur affidandosi al confronto con il passato, compiono un passaggio ulteriore rendendosi artefici di un messaggio ironico e provocatorio.  Potremmo, in un certo qual modo, definirla un’operazione “pop” o “neopop”, sia per l’estetica dei linguaggi sia per la rivisitazione dell’originale affrontata con astrazione mentale.
Il confronto con i grandi maestri è audace ma si rivela stimolante sia per chi affronta la rivisitazione di opere ricercate, ispirata ad un legame culturale e affettivo con l’autore, sia per quegli artisti che si cimentano con vere e proprie icone-simbolo della storia dell’arte. Da un punto di vista estetico e filologico, questa mostra nasconde un aspetto vieppiù interessante, che è quello di chiarire allo spettatore i canoni stilistici di riferimento –e probabilmente anche di ispirazione- delle nuove generazioni dell’arte. Non è casuale il fatto che ogni “dialogo” con il Maestro sia qui affiancato da un’opera singola esplicativa della poetica per la quale l’artista è noto al pubblico.
Esaminando un campione degli autori esposti, risulta ad esempio paradossale e spiazzante il “faccia a faccia”  tra l’artista ultrapop Dario Arcidiacono e il grande simbolista svizzero Arnold Boeklin. “L’Isola dei morti”, di cui il maestro ottocentesco realizzò ben cinque versioni, rappresenta un’opera ad alto contenuto metaforico e al contempo di forte impatto emotivo. Il viaggio del rematore silenzioso verso un regno dei misteri ha un che di trascendentale ma anche di inquietante. Vale la pena ricordare come l’opera fosse uno dei quadri preferiti da Adolf Hitler, come è noto, grande amante della pittura; e infatti l’Isola fa bella mostra nello studio del fuhrer in una foto che documenta la firma del patto russo-tedesco con Molotov e Ribbentrop. L’operazione compiuta da Arcidiacono nel suo “New world order  – il risveglio dell’Isola”- può risultare bizzarra per un artista abituato a confrontarsi con i temi paradossali della realtà e della cronaca e che invece, questa volta, si immerge in un’iconografia freudiana densa di allegorie. Ma il cerchio si chiude allorché l’artista riesce a sovrapporre all’allegoria simbolista un’allegoria “pop” che smonta la tensione fino al paradosso: il rematore scompare (sarà sull’isola o ha cambiato idea ed è tornato indietro?) e una luce psichedelica trasforma il regno dei morti in una scenografia da luna park.
Simbolista contemporaneo è Mirko Baricchi, abituato a utilizzare una scarna tavolozza cromatica che fa da territorio a riflessioni testuali che trasformano la tela in un intimo diario quotidiano. Per una sorta di legge del contrappasso, Baricchi sceglie di confrontarsi con un’icona dell’arte moderna, le Ninfee di Monet, opera-simbolo dell’ossessionante ricerca della luce da parte del padre dell’Impressionismo che ha fatto accostare l’opera all’arte orientale. “Il colore è la mia ossessione giornaliera, gioia e tormento” diceva Monet. L’omaggio di Baricchi alla purezza del colore appare paradossale per un artista generalmente tentato dalle monocromie, e infatti dalla sua ricerca scaturisce un’attenzione quasi grafica alle forme che danno luogo a una composizione di sapore optical.
Lineare, sotto il profilo strettamente poetico, il progetto che sottende all’opera di Giuseppe Bombaci intitolato “La cena”. L’artista siciliano si ispira ad uno dei capolavori di Antonio Lòpez Garcia a cui si accosta felicemente sia per comune radici borboniche e sia, fatti i dovuti raffronti, per poetica. Il maestro del realismo spagnolo affonda lo sguardo nelle forme del quotidiano con la profondità dello scultore che scarnifica l’oggetto -spesso “paesaggi” domestici- mettendone a nudo l’essenza più cruda. Sulla stessa lunghezza d’onda è senza dubbio il bravo Bombaci che dalle immagini della realtà non si discosta mai, ma anzi ne esalta il lato animistico attraverso l’uso espressionista della materia.
Su un versante simile, ma seguendo un processo più accademico, il lavoro di Marco Cassani  traspone la propria cifra neo-divisionista al realismo magico di Lucien Freud. L’operazione è audace ma funziona e il gioco stilistico, più che sull’energia della forma tipica del maestro di Berlino, proietta l’immagine in un universo cromatico quasi fauve. Tra i progetti esposti, non mancano omaggi dal sapore più concettuale, come nel caso de “Il maestro” di Roberto Coda Zabetta, che fu assistente di Aldo Mondino e che all’artista scomparso dedica una citazione sul mito dei Dervisci. Totalmente concettuale, invece, il percorso che Tamara Ferioli compie nel suo omaggio al maestro preraffaellita  John Everett Millais. Anziché soffermarsi sull’aspetto iconografico, la Ferioli compie una poetica escursione nelle allegorie del pittore di Southampton che coniugava l’esaltazione della natura ai miti shakespeariani. Nell’opera intitolata  “Me misera, che ho visto quel che ho visto, e vedo quel che seguito a vedere“, l’artista compie un lavoro di sottrazione dell’immagine, accennata da matite e capelli, per lasciare spazio all’essenza del concetto.
Interessante e chiarificatore, nel “Chiaro di luna a Boulogne sur mer”, l’omaggio che Giovanni Frangi fa Edouard Manet. Frangi, uno dei maggiori rappresentanti della pittura italiana contemporanea, è amato dal pubblico per le sue escursioni nel colore puro e nella materia, un linguaggio che lo ha condotto –forse suo malgrado- sul percorso dell’espressionismo astratto. La sua opera realizzata per “Undercover” mostra come ancora oggi l’artista sia irrimediabilmente attratto dalla natura del paesaggio, una consapevolezza che offre una chiave di lettura più profonda e intelligente della sua opera attuale, solo apparentemente “astratta”. Da Paolo Maggis, artista italiano emigrato a Barcellona, giunge invece un regalo alla sua terra d’adozione con l’omaggio al Saturno di Goya che divora suo figlio, forse uno dei quadri più raccapriccianti della storia dell’arte. La sintonia di Maggis con le “pitture nere” del maestro di Saragozza emerge dalla poetica di un artista contraddistinto dalla forza del tratto, dalla tavolozza sanguigna e dalla scelta dei contenuti spesso estremi. In questo caso, il Saturno pare la metafora del potere che ha (ancora) la pittura di risvegliare i lati più profondi della coscienza, anche quelli che non vorremmo mai vedere.