OBRAZ

Tamara Ferioli

Tamara Ferioli - Enkefalina. Abreazioni aCute - dal 06/02/2008 al 12/04/2008

Catalogo della mostra "Enkefalina"

tamara
Riparazione Insonne (2808 attimi di te)
Riparazione Insonne (2808 attimi di te)
BED LOOP side A 2008 Matite, capelli, polvere di madreperla su carta di riso e tela 70 x 100 cm h 3cm
BED LOOP side A 2008 Matite, capelli, polvere di madreperla su carta di riso e tela 70 x 100 cm h 3cm
BED LOOP track 1 2008 Matite, capelli su carta di riso e tela 57x87cm h 3cm
BED LOOP track 1 2008 Matite, capelli su carta di riso e tela 57x87cm h 3cm
BED LOOP track 2 2008 Matite, capelli su carta di riso e tela 57x87cm h 3cm
BED LOOP track 2 2008 Matite, capelli su carta di riso e tela 57x87cm h 3cm
BED LOOP track 2 2008 Matite, capelli su carta di riso e tela 57x87cm h 3cm
BED LOOP track 2 2008 Matite, capelli su carta di riso e tela 57x87cm h 3cm

Fuga dal sogno

di Mimmo Di Marzio

Le visioni di Tamara Ferioli sembrano uscite da un romanzo di Kundera, materializzando per incanto quell'insostenibile leggerezza che per l'artista è sublimazione di un muto dolore. Tamara dedica

le sue opere all'enkefalina, sostanza organica prodotta dalle lacrime che mitigano le sofferenze

dell'uomo. Di queste lacrime però, nel racconto delle sue opere, misteriosamente non v'è traccia.

Il dolore mitigabile dall'ormone, prima ancora che dalla consapevolezza, è infatti tutto lì, immobile,

quasi sclerotizzato ma al contempo nascosto e rimpicciolito per una sorta di intimo pudore.

In tutto il suo lavoro, di fatto, sembra trionfare la sintesi degli opposti, dolore-gioia, giorno-notte,

maschile-femminile, nero-bianco, sintesi che regola l'equilibrio della Natura e del Cosmo. La

purezza cromatica e la prevalenza dei vuoti sui pieni, malgrado le apparenze, non hanno nulla

di spirituale ma fungono da antidoto alla forza delle pulsioni inconsce e terrene di cui la scena è

pregna e ne è oscuro paesaggio. L'artista miniaturizza (non esorcizza) la catarsi attraverso il richiamo a una corporeità espressa con l'utilizzo di materie organiche come i capelli o come il vino,

metafora liturgica del sangue, anch'esso secrezione che evoca il dolore e il confine labile tra la vita

e la morte.

La forza del lavoro di un artista sta nella capacità di cogliere e interpretare il mistero dell'esistenza

attraverso codici unici e irripetibili ma al contempo intimamente collettivi. L'opera della Ferioli, straordinariamente narrativa nella sintesi formale, accompagna lo spettatore all'interno di un viaggio onirico in cui i suoi simboli –ora fiori sottilissimi, ora piccole creature marine, ora una porta chiusa, ora

un letto disfatto- sono archetipi di un mondo infantile seducente e minaccioso. Il sogno, qui vissuto

non come estasi di evasione ma come psicodramma, prende forma e si manifesta secondo codici

liberi che trasferiscono il racconto oltre la tela e attraverso gli oggetti in una visione totalmente

spazialista. L'installazione qui travalica ogni pretestuosità, ma nel lavoro di Tamara diviene anzi

condizione necessaria alla narrazione. L'uso della materia sottolinea e contrasta la leggerezza del

tratto, mentre l'abbondanza del bianco assume un valore quasi farmacologico a contenere le sue

favole noir. L'identità negata delle sue figure senza sesso e senza volto, soffocato e nascosto da

grovigli organici, rappresenta il vero fulcro della scena in cui il processo di consapevolezza passa

alchemicamente attraverso il dolore delle ferite esibite ma anche dalla fusione con gli elementi di

una Natura matrigna ma irrinunciabile -fiori, foglie, insetti, pesci- sempre presente sia nel disegno

che nelle installazioni. Ma quella stessa Natura, simbolo di ineluttabilità, di perenne trasformazione, di dialettica tra vita e morte, pervade la composizione di un silenzio supremo e aiuta, come

l'enkefalina, a rendere meno cupo il dolore.

TRaFITTa

di Stefano Castelli

"Trafitta sono, trapassata dal futuro / cerco una persona cerco una persona /

fragili desideri fragili desideri / a volte indispensabili / a volte no"

La rimozione è l'atto che caratterizza la società e il tempo odierni. Il vero "luogo comune", lo spazio condiviso individuato per contrasto, tramite la negazione. Ma mentre la

rimozione costruisce uno spazio, permettendo alla società di sussistere, nello stesso

momento scava alle sue fondamenta: realizza anche uno spazio alternativo ma non

speculare. Si tratta appunto del rimosso, luogo concreto che fa da agente erosivo della

coesione.

Le opere di Tamara Ferioli introducono chi le guarda nei luoghi dove il rimosso fiorisce

indesiderato, lontano dagli sguardi e dalla luce diretta. Angoli della mente, dislocati ai

confini del pensiero cosciente dalla forza centrifuga della rimozione. Sono luoghi dai

confini irregolari, poliedri di forma non definibile che mesi assieme non compongono

un puzzle coerente.

Il soggetto che abita questi luoghi − poco importa se si tratta dell'artista stessa − sperimenta e desidera la stasi. Eppure esso si dibatte anche se imprigionato, "condotto

da fragili desideri, tra puro movimento ed immoto". L'immobilità a cui ambisce non è

rinuncia, ma solo dilazione del turbamento e del trauma. La rinascita è già prevista, e

forse già in atto in virtù della sola potenzialità.

"Chi ha le pistole le carichi / chi ha i coltelli li lucidi /

chi ha parole si metta davanti allo specchio"

I personaggi di queste opere sono sottoposti alla compulsione. Non possono esimersi

dal mettere in atto il loro fine, che è quello di penetrare il mondo. Entrare a far parte del

mondo fuoriuscendo dal liquido amniotico che li costituisce ma li imprigiona, coniugare

io e mondo, psiche e concrezione corporea, ridefinire e far combaciare i confini tra il sé

e l'altro da sé. Si rendono conto che è un'impresa titanica, viste le condizioni ambientali

e la situazione da cui partono. Ecco che allora scelgono una strategia intermedia: per

iniziare, cercano punti di contatto con il mondo esterno.

L'io cerca di penetrare il mondo, ma invece ne viene penetrato, viene trafitto da punte

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